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04 Elimina il target

Da consumatore a persona: la fine di un'illusione.

  • Antonello Molella
  • Antonello Molella
Elimina il target

Nel nostro settore, siamo ossessionati dalle parole. Il primo Wittgenstein sosteneva che «I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.» (1). Le parole, quindi, in qualche modo definiscono il nostro mondo, plasmano le nostre strategie e, in ultima analisi, determinano il nostro successo o il nostro fallimento. Eppure, c'è una parola che, pur essendo onnipresente, rappresenta una delle più grandi e limitanti riduzioni concettuali del nostro tempo: "consumatore".

È necessario, quindi, credere che il primo passo per costruire un brand rilevante sia un atto linguistico e filosofico: oltrepassare il concetto "consumatore", iniziando un dialogo con le "persone".

Il "consumatore": una riduzione funzionale del marketing.

Partiamo da un presupposto onesto: il termine "consumatore" non è nato per caso. È una creatura semantica del marketing contemporaneo, un'etichetta operativa necessaria per segmentare, misurare, targettizzare. In questa logica funzionale, l'individuo viene spogliato della sua complessità e circoscritto al suo ruolo nel ciclo di acquisto: colui che desidera, sceglie, paga e, appunto, consuma.

Questo approccio ha un'utilità innegabile per l'analisi dei dati di vendita, per l'ottimizzazione di un funnel o per la pianificazione di una campagna a performance. È un modello che vede il mondo come una serie di transazioni. Ma il branding non si occupa di transazioni. Si occupa di significato.

ἀνθρωπος, mon amour.
L'approccio antropocentrico del branding contemporaneo.

Il passaggio concettuale da "consumatore" a "persona" è radicato in una più ampia rivoluzione culturale di stampo postmoderno. Se il modernismo cercava ordine, funzione e verità universali, il postmodernismo ha celebrato il frammento, la soggettività e la pluralità di significati. Ha messo l'essere umano - con le sue contraddizioni, le sue storie, le sue tribù e i suoi rituali - al centro del discorso. È l’uomo appunto che interpreta, traduce, elabora, struttura e destruttura la realtà.

Questo è un approccio antropocentrico. Non vediamo più un target demografico, ma un individuo immerso in una rete culturale. Non analizziamo solo un bisogno, ma un desiderio di identità, di appartenenza, di espressione.

La persona non consuma passivamente un prodotto per la sua funzione. La persona sceglie attivamente un simbolo per costruire la propria narrazione. Non compra un paio di scarpe da ginnastica solo per correre; le indossa per comunicare al mondo a quale tribù appartiene, quali valori sposa, quale storia vuole raccontare di sé.

Baudrillard e lo scambio simbolico:
Il cuore del branding contemporaneo.

È impossibile navigare questo territorio senza la mappa tracciata da Jean Baudrillard. Il filosofo francese ci ha insegnato che nella società contemporanea gli oggetti hanno smesso di esistere primariamente per il loro "valore d'uso". Sono diventati segni, e il loro valore principale è il "valore-segno" (2). Il rapporto tra un brand e una persona non è un acquisto, ma uno scambio simbolico costante.

Il brand offre un sistema di significati, un'estetica, una mitologia, un punto di vista sul mondo. La persona risponde adottando quel simbolo, integrandolo nella propria vita, modificandone il significato e restituendolo al mondo arricchito di una nuova storia personale.

Pensiamo a un brand di abbigliamento tecnico da montagna. Il "consumatore" lo compra perché è impermeabile e resistente. La "persona" lo sceglie perché quel logo sulla manica è un distintivo che comunica avventura, resilienza, una connessione con la natura. Lo indossa in città non per proteggersi da una bufera, ma per proiettare un'identità. È puro scambio simbolico. Il brand non ha semplicemente "venduto una giacca". Ha fornito un pezzo di linguaggio con cui una persona può parlare di sé.

La transizione linguistica e le sue ragioni.

Questo passaggio linguistico, quindi, non è un vezzo intellettuale. È il fondamento della nostra pratica. Significa che il nostro lavoro non è interrompere le persone con messaggi, ma invitarle a partecipare a un mondo.

Costruiamo mondi, non campagne. Un brand non è la somma delle sue pubblicità. È un universo coerente di valori, storie e simboli in cui le persone possono entrare, che possono esplorare e fare proprio.

Il simbolo è il nostro prodotto finale. Che si tratti di un logo, di un nome, di un tono di voce o di una strategia di contenuti, ciò che progettiamo non è un semplice asset di marketing. È un artefatto culturale. Un catalizzatore di significato.

La parola "consumatore" appartiene a un'epoca di comunicazione verticale e di mercati prevedibili. Oggi, nel caos denso di segni della nostra cultura, una via per un brand di esistere è smettere di cercare clienti e iniziare a considerare le persone e ponderare il ruolo reciproco nella società. Creiamo, quindi, ponti simbolici per le persone. Perché è lì, in quello scambio costante di significato, che un marchio smette di essere un prodotto e diventa, finalmente, parte della vita.